La verità sul Piano Kalergi
Con questo articolo ho intenzione di rendere omaggio a
Matteo Simonetti, professore di storia e filosofia e giornalista, al quale va
il merito di aver dedicato un intero saggio al pensiero di Kalergi, troppo
spesso ignorato oppure vittima di semplificazioni ed estremismo.
Si tratta del secondo saggio in assoluto[1] – e il fatto che
l’autore sia italiano non può che infonderci una spinta patriottica in più – a
prendere in considerazione una figura tanto ambigua, quando determinante per il
futuro dell’Europa, inserendola all’interno di un contesto filosofico e
storico-sociale ben definito.
Il motivo per cui la letteratura su questa importante
tematica è scarsa, se non completamente assente, è semplice: l’opera
fondamentale di Richard Coudenhove-Kalergi – Praktischer Idealismus[2] – è
pressoché introvabile in formato cartaceo, ma risulta disponibile solo in
tedesco e in formato pdf. L’impossibilità di “andare alla fonte” del pensiero
kalergiano ha incentivato posizioni radicali sia tra gli attivisti di destra,
che tra quelli di sinistra. Da un lato, infatti, troviamo una
strumentalizzazione impregnata di ideologia finalizzata a confermare tesi
politiche già consolidate; dall’altro, una ridicolizzazione, banalizzazione e
riduzione dell’intera questione a “complottismo” e “razzismo”, celando a
malapena la mancanza totale di buonafede e senso critico. Questi fattori
rendono ancora più encomiabile l’opera di Simonetti, il quale è riuscito a
fornirci un’analisi storica e filosofica del cosiddetto “Piano Kalergi”, scevra
da pregiudizi e superficialità.
Nel suo La verità sul Piano Kalergi. Europa, inganno,
immigrazione[3], Simonetti sottolinea come il titolo dell’opera di Kalergi,
contenente l’accostamento di due termini apparentemente antitetici (“idealismo”
e “pratico”), racchiuda in sé l’intero pensiero dell’autore. Di idealismo vero
e proprio, in realtà, se ne trova ben poco nel pensiero di Kalergi:
Elevando a potenza il materialismo, operandone una
sottolineatura, egli ne fa un’ideologia, e automaticamente esso diviene
“ideale”, mentre invece nel migliore dei casi esso viene solamente idealizzato.
Il materialismo diventa idealismo semplicemente sforzandosi idealisticamente di
propagarne le convinzioni, credendo alla sua diffusione come ad una missione
altruistica.[4]
Più che una priorità assoluta del pensiero sulla materia, si
può scorgere nella sua opera un’idealizzazione del materialismo, connessa
all’adesione ad un ideale aristocratico.
Su quest’ultimo punto, occorre rilevare come Kalergi sia,
contrariamente a quello che molti potrebbero pensare, un fermo sostenitore
dell’aristocrazia. E’ evidente che egli si opponga all’aristocrazia
tradizionale, ma solamente poiché ritiene che questa debba essere sostituita da
una nuova e autentica aristocrazia. Potrebbe sembrare strano che uno dei padri
fondatori dell’Unione europea sia fortemente anti-democratico, ma la realtà che
emerge dall’opera kalergiana è evidente: la democrazia politica non è una forma
di governo desiderabile in sé, ma lo è solo in quanto mezzo per raggiungere
fini ben precisi. La democrazia politica è uno strumento di cui si deve servire
l’élite per formare una nuova aristocrazia, che rimpiazzi quella vecchia.
Si assiste ad un insano miscuglio di socialismo – in nome
dell’ideale materialista, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte al
denaro e alla ricchezza – e aristocrazia – le decisioni politiche vengono poste
nelle mani di un’élite illuminata. Nel mondo ideale di Kalergi, il materialismo
è a tal punto enfatizzato da volerne a tutti i costi una generalizzazione
totale, di modo che tutti possano goderne i benefici. La possibilità di
accedere alla ricchezza e ai beni materiali non può essere privilegio di pochi,
ma deve essere invece universalizzata nel modo più assoluto ed è la tecnologia
a dover costituire il mezzo essenziale per la realizzazione di questo “paradiso
in terra”. Decisamente contro corrente rispetto al pensiero di alcuni critici
della tecnica a lui contemporanei, quali Heidegger, Jonas e i membri della scuola
di Francoforte, la concezione di Kalergi si avvicina pericolosamente all’utopia
tecnologica di Ernst Bloch, ignorando o forse sottovalutando i pericoli
intrinseci ad una spersonalizzante ed alienante “divinizzazione” della tecnica.
All’idealizzazione del materialismo si accompagna, pertanto,
un’esasperazione del mito prometeico, in cui la tecnologia assurge al ruolo di
salvatrice dell’intera umanità, il tutto sotto la guida e il comando di
un’aristocrazia illuminata e filantropa.
Ma quale sarà la natura di questa élite illuminata? Chi
saranno i nuovi aristocratici e governanti?
Kalergi ritiene che nel nuovo nobile dovrà realizzarsi
l’attuazione, contemporaneamente, delle caratteristiche dello Junker, archetipo
dell’uomo di campagna (legato ad un sapere pratico, alla volontà e al
carattere) e di quelle dell’intellettuale, archetipo dell’uomo di città (legato
ad un sapere teorico, alla razionalità e allo spirito). Il carattere è
rafforzato dalla consanguineità; viceversa, l’incrocio rafforza lo spirito.
Qui, entra prepotentemente in campo il razzismo biologico di
Kalergi:
L’endogamia rafforza il carattere, indebolisce lo spirito,
viceversa l’incrocio indebolisce il carattere rinforzando lo spirito. Là dove
la consanguineità e l’incrocio si incontrano sotto degli auspici favorevoli,
essi creano il più alto tipo di essere umano, collegando al carattere più forte
lo spirito più pungente […]
L’uomo del lontano futuro sarà un meticcio. Le razze e le
caste di oggi saranno vittime del crescente superamento di spazio, tempo e
pregiudizio. La razza del futuro, negroide-eurasiatica, simile in aspetto a
quella dell’Egitto antico, rimpiazzerà la molteplicità dei popoli con una
molteplicità di personalità […]
La consanguineità genera dei tipi caratteristici,
l’incrocio, delle personalità originali.[5]
Ecco dunque che giunge a delinearsi in modo chiaro il
requisito fondamentale del “superuomo” kalergiano: la compresenza del
“carattere più forte” e dello “spirito più pungente” che si traduce,
paradossalmente, nella coesistenza di consanguineità ed incrocio.
I popoli europei scompariranno e al loro posto comparirà una
massa informe di individui privi di una propria identità genetica, storica e
culturale.
Nei meticci si uniscono spesso mancanza di carattere,
assenza di scrupoli, debolezza di volontà, instabilità, mancanza di rispetto,
infedeltà con obiettività, versatilità e agilità mentale, assenza di pregiudizi
e ampiezza d’orizzonti.[6]
La freddezza con cui Kalergi prospetta la fine di ogni
identità nazionale al fine di realizzare il sogno perverso di un mondo popolato
di cittadini geneticamente programmati alla sottomissione e all’obbedienza, in
nome di una fantomatica pace perpetua, è disarmante.
Non solo: la figura che incarna al meglio la sintesi di
questo fondamentale dualismo è – e Kalergi lo afferma esplicitamente – quella
dell’ebreo. In Praktischer Idealismus, si assiste ad un vero e proprio elogio
dell’ebreo, sia per motivi storico-culturali che per motivi eugenetici.
La futura classe aristocratica sarà dunque composta, secondo
il piano Kalergi, da ebrei, poiché:
Ciò che separa principalmente gli ebrei dai cittadini medi è
il fatto che siano degli individui consanguinei. La forza di carattere alleata
all’acutezza spirituale predestina l’ebreo a divenire, attraverso i suoi
esponenti di spicco, il leader dell’umanità urbana, un falso o vero [!]
aristocratico dello spirito, un protagonista del capitalismo come della
rivoluzione.[7]
Gli ebrei incarnano e sintetizzano alla perfezione le più
importanti dualità ed è in virtù della loro propria natura che essi sono eletti
a governanti filantropi dell’intera umanità. Inoltre, occorre evidenziare come
la questione ebraica sia, innanzitutto, una questione metafisica. L’ebreo è
estromesso dall’Essere, è privo di fondamento, di suolo e, di conseguenza, di
identità. Egli è privo di quell’autenticità che solo chi affonda le proprie
radici nella terra può far propria. Lo sradicamento dall’elemento naturale,
perciò, va di pari passo con la tecnicizzazione e, anzi, ne è una causa
diretta. Lo stesso ambiente urbano, del resto, altro non è che la fedele
riproduzione dell’habitat originario dell’ebreo, il deserto.
Alla base della concezione kalergiana non si può non
scorgere una forte dose di paternalismo: l’élite illuminata ha il compito di
“prendersi cura” dei suoi cittadini, stabilire ciò che è bene per loro e
servirsi di qualsiasi strumento – anche la menzogna, e ne è un esempio la
Gender Theory ideata dallo stesso Kalergi – per il raggiungimento del fine
supremo imposto che, in questo caso, è il controllo globale mascherato
abilmente da pace perpetua.
Come afferma giustamente Simonetti,
Kalergi auspica, e lotta per la sua realizzazione, la
nascita di un nuovo organismo superstatuale che scongiuri ogni possibilità di
guerra tra i popoli europei semplicemente eliminando gli stessi. Quando un
francese non si riconoscerà più da un tedesco, verrà meno ogni volontà
bellica.[8]
Per darne una definizione più appropriata, l’idealismo
pratico di Kalergi altro non è che un’utopia paternalistica. E’ un’utopia,
perché presuppone implicitamente che l’uomo debba ancora realizzarsi, ossia che
debba ancora essere quello che dovrebbe essere; ed è paternalistica, poiché ciò
che l’uomo dovrebbe essere viene deciso – e realizzato con qualsiasi mezzo – da
una stretta cerchia di uomini.
Si prospetta, dunque, una realtà in cui il concetto di
“razza” viene totalmente abolito proprio in virtù di un rigidissimo razzismo
biologico. Per assurdo, è proprio attraverso quest’ultimo che si approda al
tanto osannato “mondo senza barriere”, da sempre obiettivo dell’ebraismo per
motivi filosofici, storici e culturali.
Il fine ultimo è la pace tra i popoli ma, come ho già
accennato prima, si tratta di una mera finzione che mira a nascondere le reali
intenzioni dell’élite. Se così non fosse, non si comprenderebbe per quale
motivo la realizzazione futura di un paradiso in terra debba esserci occultato
e imposto attraverso astuti stratagemmi. Se un mondo in cui non esistono
confini, identità e culture nazionali è preferibile ad un mondo in cui questi
valori vengono preservati, le classi dirigenti non dovrebbero far altro che
proporre apertamente tali punti di vista ai propri cittadini. A quel punto
saranno i popoli, democraticamente, a decidere il loro destino.
Ciò non avviene perché il processo di livellamento globale è
volutamente imposto. Nessun popolo accetterebbe di buon grado di sparire per
sempre, nemmeno in nome della pace sulla terra. Ogni popolo desidera, da
sempre, l’autodeterminazione e la preservazione della propria storia e cultura,
del proprio credo e dei propri sistemi di riferimento.
Se a ciò aggiungiamo il fatto che lo stesso popolo ebreo,
pur essendo da sempre promotore dell’ideale cosmopolita, condanna apertamente
il matrimonio misto di ebrei e gentili, un atteggiamento quantomeno sospettoso
nei confronti di proposte universaliste da tale pulpito è doveroso.
Troppo facile rispolverare l’etichetta di “complottista”
ogni qualvolta se ne presenti l’occasione. Altrettanto facile è abbandonarsi ad
insensate correnti di pensiero pseudo-religiose, senza passarle prima al vaglio
della ragione. La crisi di valori a cui oggi assistiamo non deve indurci ad
aggrapparci in modo forsennato alla prima visione del mondo preconfezionata ci
capiti a tiro, ma non deve nemmeno portarci ad escludere a priori tutto ciò che
non è in linea col pensiero unico, a patto che venga sempre mantenuto un forte
senso critico.
Ed è stato questo il grande merito di Matteo Simonetti.
D’altra parte, pensiamoci, il sapiente del mito della caverna
platonico è il prototipo del complottista. Immaginiamoli, gli spettatori dello
show delle ombre, irriderlo, schernirlo e poi adirarsi con lui: “ma guarda
questo cosa si inventa! Ma ti pare possibile che questo non sia il mondo vero?
E noi che saremmo, allora, tutti idioti?”. Il bruciore agli occhi degli ignari,
il dolore inflitto loro dal dubbio che in essi si insinua, li inacidisce e li
porta a rivolgersi ancora verso l’interno della caverna. “Ogni mattina mi godo
la rassicurante ombra della lettura del giornale, ogni anno, più o meno, mi
diverto con l’ombra delle elezioni democratiche, per non parlare poi di ogni
martedì, quando ho l’ombra del calcetto, e del sabato sera, con le ombre della
cena fuori e della discoteca. In quale baratro, in quale incertezza, ci
getterebbe ascoltare questo invasato di complottista? Attacchiamogli questa
etichetta in fronte e non ci si pensa più. Forza, tutti dentro la caverna, e
serrate le fila!”[9]
[1] Il primo saggio a trattare
di questa tematica è quello di Gerd Honsick, Adiòs, Europa. El Plan Kalergi,
Editorial Bright-Rainbow, Barcelona 2005.
[2] R. N. Coudenhove Kalergi,
Praktischer Idealismus. Adel – Technik – Pazifismus, Paneuropa – Verlag, Wien –
Leipzig 1925. Pdf disponibile qui: http://www.dailystormer.com/wp-content/uploads/2014/03/Coudenhove-kalergi-Richard-Praktischer-Idealismus-Adel-Technik-Pazifismus.pdf.
[3] M. Simonetti, La verità
sul Piano Kalergi. Europa, inganno, immigrazione, Edizioni Radio Spada, Milano
2015.
[4] Ivi, p. 39.
[5] Simonetti cita Kalergi in
La verità sul Piano Kalergi, cit., p. 44.
[6] Ivi, pp. 44-45.
[7] Ivi, p. 48.
[8] Ivi, p. 76.
[9] Ivi, p. 151.
Il libro non è più acquistabile perché esaurito



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