'Il Piave mormorò: non passa lo straniero!'




La leggenda del Piave” è senz’altro la canzone patriottica più nota ed amata del vasto repertorio italiano sull’argomento. Tutti o quasi ne ricordano a memoria il testo. E una o più volte nella vita l’hanno canticchiata. Orgogliosamente.
Si tratta di quattro strofe in cui l’autore del brano – Giovanni Ermete Gaeta, compositore e poeta dialettale napoletano noto con lo pseudonimo di E.A.Mario – ripercorre alcuni momenti della Grande Guerra.
“Nel novembre 1917, dopo lo sfondamento austriaco a Caporetto – scrive Bruno Cervato Selvaggi su Il Post – la linea del fronte si era attestata sul fiume Piave. Nel giugno 1918 l’Austria provò a sferrare il colpo definitivo: l’offensiva iniziò il 15 giugno, ma l’esercito italiano riuscì a fermarla e il 22 giugno la ‘battaglia del Solstizio’ (come la chiamò il poeta Gabriele D’Annunzio) terminò con la vittoria italiana. In quei giorni Gaeta era al lavoro in un ufficio postale. E gli vennero ‘dal cuore’, come raccontò lui stesso, tre strofe che scrisse di getto sui moduli di servizio interno”, oggi conservati nel Museo storico della comunicazione di Roma.
Nella prima strofa si fa riferimento all’inizio della guerra quando, il 24 maggio 1915, i soldati marciarono verso il fronte, a difesa della frontiera. Quindi, nella seconda parte del brano, si racconta della disfatta di Caporetto. In seguito alla quale il nemico riuscì a Calare fino al Piave, provocando un’ondata di profughi e sfollati provenienti dalle zone man mano attraversate. Nella terza strofa, drammatica, si racconta del simbolico “No” del Piave (che con la sua improvvisa e copiosa piena costituì davvero un ostacolo insormontabile per l’esercito austriaco) e dei fanti italiani al proseguire dell’avanzata.
La quarta ed ultima parte del celebre inno, che fu aggiunta alle prime tre il 9 novembre 1918, dopo la fine della guerra, si riferisce alla battaglia del Solstizio, con il nemico respinto fino a Trento e Trieste e la vittoria italiana. A celebrare la quale l’autore immagina siano risorti i patrioti uccisi dagli austriaci: Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro e Cesare Battisti.
“La Leggenda del Piave” cominciò a circolare fin da subito. Racconta ancora Cervato Selvaggi che “Raffaele Gattordo, un cantante amico di Gaeta che si esibiva con il nome d’arte di Enrico Demma, mentre si trovava al fronte in un reparto di bersaglieri cominciò subito a cantare” il brano. “I versi patriottici e ricercati, la soddisfazione per la grande battaglia vinta, la musica orecchiabile a tono di marcia fecero sì che in brevissimo tempo la canzone divenisse molto popolare fra le truppe”. Al punto che il generale Armando Diaz inviò all’autore il seguente telegramma di congratulazioni: “La vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale”.
Il brano rimase popolarissimo anche dopo la fine del coflitto e venne eseguito il 4 novembre 1921 all’inaugurazione del monumento al milite ignoto, al Vittoriano di Roma. Da ricordare inoltre che, tra il 1943 e il 1946, La canzone del Piave fu adottata come inno nazionale, per essere poi sostituita dal “Canto degli Italiani” di Goffredo Mameli.

Il testo
II Piave mormorava calmo a placido al passaggio
dei primi fanti, il ventiquattro maggio:
l’esercito marciava per raggiunger la frontiera
e far contro il nemico una barriera.
Muti passaron quella notte i fanti:
tacere bisognava, e andare avanti!
S’udiva, intanto, dalle amate sponde,
sommesso e lieve, il tripudiar dell’ onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero!”

Ma in una notte trista si parlò di tradimento,
e il Piave udiva l’ira a lo sgomento.
Ah, quanta gente ha vista venir giù, lasciare il tetto
per l’onta consumata a Caporetto.
Profughi ovunque dai lontani monti
venivano a gremir tutti i suoi ponti.
S’udiva, allor, dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio dell’ onde:
come un singhiozzo, in quell’autunno nero
il Piave mormorò: “Ritorna lo straniero!”

E ritornò il nemico per l’orgoglio e per la fame,
volea sfogare tutte le sue brame.
Vedeva il piano aprico, di lassù, voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora.
“No!” disse il Piave, “No!” dissero i fanti.
“Mai più il nemico faccia un passo avanti”
Si vide il Piave rigonfiar le sponde,
e come i fanti combattevan le onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò: “Indietro, va’, straniero!”

Indietreggiò il nemico fino a Trieste, fino a Trento.
E la Vittoria sciolse le ali al vento!
Fu sacro il patto antico: tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro a Battisti.
Infranse, alfin, l’ italico valore
le forche e l’armi dell’ Impiccatore.
Sicure l’Alpi… Libere le sponde…
E tacque il Piave: si placaron le onde
sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!

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