“Il romanticismo d’acciaio”, ritorno all’arte dopo un trauma bellico
“Queste parole ci
restituiscono – ripristinando al contempo- lo stile di quelle idee: con una approssimazione
che non tende a capirne il senso per configurazioni concettuali, ma vuole
comprenderne il segno secondo modi di essere. Nei fascismi, la più fondamentale
di queste voci simboliche è la parola c a m e r a t a: sintesi etica delle variegate forme soggettive
– sia politiche che miliziane e militari – di penetrazione oggettiva tra linee
della modernità”
Joseph Goebbels fu la più celebre figura del
nazionalsocialismo filosofico e della cultura nazista. A causa di problematiche
sanitarie non poté prendere parte alla prima guerra mondiale, in quel periodo infatti,
si dedicò a concludere gli studi liceali, mentre uomini come Hitler, Göring ed
Hess non conclusero gli studi proprio per partecipare al gran conflitto.
Frequentò svariate università prima di terminare gli studi, e cominciò la sua
attività culturale lavorando nel 1922 come critico d’arte per una rivista.
Continuò a lavorare come giornalista, caratterizzato da un ampio panorama
intellettuale, versante, in politica, su posizioni nazionaliste ma al contempo
socialiste.
In occasione dell’apertura della Camera della cultura del
Reich (15 novembre 1933), Goebbels pronunciò uno storico discorso inaugurativo,
che toccò tre tematiche principali: la rivoluzione che ha permesso la rinascita
della Germania, l’anti-liberismo come caposaldo dei fascismi (moderni) e una
particolare arte romantica che nasce nella transizione tra una sconfitta immane
e una rivoluzione annunciata. In
particolare l’arte di cui Goebbels titolerà la struttura del suo discorso sarà
immagine di un romanticismo rivoluzionario, appositamente posto all’estrema
distanza dal romanticismo classico. Verranno paragonati e discussi il
Romanticismo d’acciaio e i reduci ricordi di azzurrità romantiche ormai antiche.
Il libro infatti non è altro che la trascrizione del discorso di Goebbels, in
tedesco e in italiano, con l’aggiunta di tre interventi esterni.
La Rivoluzione che la Germania attendeva da anni giunse con
il nazionalsocialismo. Giunse finalmente con una rivisitazione di tutte le
ideologie antiquate e lontane dal popolo che avevano regnato incontrastate sul
panorama politico del passato. Dopo la più grande sconfitta mai subita, la
Germania nazionalsocialista è pronta a ripartire, il ministro del terzo Reich,
rivolgendosi all’intera società, annuncia così, un incoraggiamento, un inno
cantore al ritorno in battaglia, al ritorno in campo di tutto il popolo
tedesco: “Ci sono rivoluzioni che partono dall’alto,
e ci sono rivoluzioni che partono dal basso. Quelle dall’alto, per lo più, sono
di breve durata; dall’alto infatti è difficile, se non impossibile, costringere
un popolo entro un nuovo ordinamento. Le rivoluzioni dal basso invece recano
già dentro di sé questo nuovo ordinamento. Esse sono volute, sostenute e
imposte dal popolo, ed è il popolo a condurle a compimento. Il popolo stesso
non è soltanto il plasmatore, l’artefice della rivoluzione, ma ne costituisce
anche l’intima essenza normativa.[…] La rivoluzione o parte con l’intenzione di
conquistare anche l’ultima delle sue mete, e allora godrà di durata e
stabilità, oppure si accontenta di mezze vittorie, e in questo caso meglio sarebbe
che non fosse neppure iniziata.[…] Non si potrà più parlare di Germania senza
partire dalla nostra rivoluzione.”
Il nazionalsocialismo tedesco, come il fascismo italiano,
ripudiò il liberalismo, il liberismo, il sistema borghese e quello delle caste.
Tutto ciò che doveva favorire solo la parte aristocratica del popolo,
abbandonando la parte più umile, doveva essere smantellato il prima possibile.
Paradossalmente, anzi, a questo punto direi ovviamente, i fascismi hanno
ripudiato anche il comunismo che, contrariamente al liberalismo (ma con eguale
ingiustizia), poneva al centro del riguardo solo la classe proletaria. “Il sistema che noi abbiamo abbattuto era caratterizzato principalmente
dal liberalismo. Se il liberalismo prendeva le mosse dell’individuo, e poneva
il singolo essere umano al centro di tutte le cose, noi invece abbiamo
sostituito all’ individuo il popolo, e all’uomo singolo la comunità.[…] I confini
del concetto di libertà individuale coincidono perciò con quelli del concetto
di libertà del popolo. Nessun singolo, che sia in alto o in basso, può avere il
diritto di fare uso della libertà a spese del concetto di libertà della
nazione. Soltanto la sicurezza del concetto di libertà nazionale gli garantisce
a lungo andare la libertà personale. Tanto più un popolo è libero, tanto più
liberamente possono muoversi i suoi membri. Tanto più invece viene ridotta la
base della sua esistenza nazionale, tanto più è illusoria la presunta libertà
di cui godono i suoi figli. Questo vale anche per l’artista creatore. L’arte non è un concetto
assoluto; essa conquista la propria vita soltanto entro la vita del popolo.”
Nel corso del discorso, Goebbels passa velocemente dal liberalismo
all’arte (la parte precedentemente evidenziata), per lui la figura dell’artista
creatore risultava fondamentale. Forse si tratta proprio dell’immagine
fondamentale, che, unicamente, non aveva subito cambiamenti dopo la rivoluzione
nazista. Era un’immagine abbandonata, reclusa e lasciata sola sotto le
intemperie artistiche europee. Ormai l’arte aveva perso ogni legame col popolo
ed era rimasta una piccola figura apprezzata da pochi e rari intenditori
(spesso solo aristocratici). La missione della Germania era quindi quella di
ristabilire l’orgoglio artistico nazionale e il legame che esso doveva avere
con il popolo.
“Sciolta dalla forza proveniente dal
carattere nazionale e volta soltanto ad un concetto individuale di libertà che
non tardò a sfociare nell’anarchia spirituale, l’arte tedesca si perse nella
vertigine della moderna civiltà materiale e presto non rimase altro che
esperimento, o trastullo, se non addirittura bluff. […] Un’arte che si stacca dal popolo non ha diritto di stupirsi se il popolo poi la
abbandona. […] Se l’arte ha ancora
validità solo per l’arte, se le sue leggi devono essere comprensibili soltanto
agli artisti, la cerchia dei suoi fedeli si assottiglia in maniera tale che
anche la più elementare possibilità di esistere ne è minacciata nel modo più
grave. […] L’artista, che dovrebbe
essere interprete di un intero popolo, si colloca in modo inequivocabile dalla
parte della proprietà e della gente istruita. Diviene estraneo al popolo, tanto
quanto il popolo è divenuto estraneo a lui. Il liberalismo sfocia nella
decadenza della vita spirituale. […]
La richiesta di sicurezza economica perde tanto più di forza quanto più l’uomo-artista
creatore si è reso superfluo per la vita quotidiana della collettività. […] Quanto in questa epoca ci è stato negato
dal destino, in termini di fortuna materiale, noi lo abbiamo recuperato in
fortuna doppia e tripla grazie alla felicità delle nuove idee. Oggi nessun
popolo della terra, se non quello tedesco, ha buoni motivi di guardare con
fiducia e salda certezza al proprio futuro. […] È una sorta di romanticismo d’acciaio,
che ha reso di nuovo la vita tedesca degna di essere vissuta, un romanticismo
che di fronte alla durezza dell’esistenza non si nasconde né aspira a sottrarsi
ad essa in ‘azzurre lontananze’: un romanticismo che ha il coraggio di
affrontare i problemi e guardarli negli occhi impietosi senza vacillare. […] Nessuno di noi pensa che il sentimento
possa valere da succedaneo dell’arte. Anche per l’arte conta, non solo ciò che
uno vuole, ma soprattutto ciò che è capace di fare.”
Il libro contiene all’interno una serie di raffigurazioni di
arte “d’acciaio” disegnate da Curzio Vivarelli, la traduzione è a cura di
Nicola Vincenzi.




Davvero non me ne frega un cazzo!
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